So’ Romano de Roma!

Non nascondo il mio amore per Roma! Roma-Amor! Possis nihil Urbe Roma visere maius! (tu non possa vedere mai città più grande di Roma). Oggi ho potuto soddisfare la mia romanità adottiva! Nonostante la mia età veneranda, mi son fatto a piedi tutti e sette i colli di Roma.

Il miglior modo di visitare Roma è a piedi… Roma è sinonimo di fitness leggero, fermandoti ad ogni angolo, in ogni Chiesa, ad ogni monumento… Ma non si può non fare l’esperienza unica dei mezzi di trasporto romani, al meno per me che abito in periferia.

Vivere a Roma è affrettarsi per prendere il treno delle 9:45 per arrivare alla stazione di Termini e costatare che il treno è stato cancellato… Che fare? Mandare le ferrovie dello Stato, con tutto il governo comunale e perfino lo Stato stesso a quel paese? E no, nun se può! Ce vo’ pazienza! Non ti resta che prendere l’autobus 246 (la domenica il 247 non passa), e poi dentro l’autobus puoi fare esperienza della “psicologia dell’attaccamento”, o meglio, dell’appiccicamento! Perché si sa che a Roma dove entrano ottanta c’entrano pure 150.

 

Il nostro periplo romano cominciò al Viminale. Sembra che il punto più alto del colle è la Chiesa di san Lorenzo in Panisperna; strada conosciuta così perché i frati della chiesa distribuivano pane e prosciutto per la festa del santo.

Da lì siamo andati all’Esquilino per ammirare dai giardini di Mecenate una veduta raccapricciante del Colosseo. Il Celio e l’Aventino ci offrirono l’opportunità di contemplare due bellissime chiese paleocristiane, Santa Maria in Domnica e santa Sabina.

Di tanto camminare alla fine ti viene la fame. La foto di questo blog fu scattata alle Terme di Caracalla. Erano ormai le 13:30 e avevamo fatto ormai quasi tre ore di camminata. Dal Viminale siamo passati al Palatino. E da lì si faceva urgente trovare dove mangiare. Finalmente ci siamo fermati a una mensa vicino all’Università Gregoriana. Un posto economico pensato per studenti seminaristi squattrinati. Ci sedemmo e arrivò un cameriere con la voglia di ripassare il suo inglese. A questo momento, e vedendo che il suo inglese avrebbe rallentato il servizio, non mi son potuto trattenere e gli ho detto: – Ah bello! Guarda che io so’ romano de Roma, de settima generazione, nato a Trastevere e mi son perfino fatto er gradino del Regina coeli! Non so se è stato il mio accento romanesco o il mio riferimento al gradino del Regina coeli, ma non tentò più di parlarci in inglese. Appunto come dice il detto:

“A via de la Lungara ce sta ‘n gradino
chi nun salisce quelo nun è romano,
e né trasteverino”

Per farla breve, dopo il pasto corremmo ai due colli che ci mancavano: il Campidoglio e il Quirinale. Ormai stanchi morti imboccammo la via del Quirinale, a san Carlo alle quattro fontane girammo a sinistra e siamo arrivati alla Metro Barberini. Avevamo fretta perché dopo dovevamo prendere il treno fino alla stazione Aurelia. Dagli altoparlanti sentimmo la solita voce da computer: – a causa di un malore di uno dei passeggeri ci saranno dei ritardi… Io dissi tra me e me: – “Ma se vede che semo a Roma!”

Ma sappi, Roma mia, che ti amo anche se mi lasci col fiato sospeso, chiedendo alla Madonna di arrivace in tempo pe’ pijà er treno e arrivà a casetta mia senza problemi e felici di vivere a Roma. Perché Roma è come una bellissima donna: non sai mai cosa ti capiterà, ma non la lascerai per niente al mondo.

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