La spiritualità del matrimonio

Il fine esistenziale del matrimonio

“Perché ci siamo sposati?” Domanda evidente e pacifica. Ingenua, direi. Non tanto evidente né pacifica potrebbe essere la risposta. Più di una volta mi è capitato di fare dei complimenti ad una donna:

  • Bravo tuo marito! Siete una bella coppia, voi due! in quel momento lei mi guarda con un aria di tristezza negli occhi e avverto subito di aver sbagliato di grosso.
  • Sa, padre, non è proprio così… – e da lì si assiste a un racconto, a una storia il più delle volte invisibile a terzi, in cui si mescolano delusione, promesse mancate, rabbia nascosta, amore tradito, ecc.

Perché vi siete sposati? “Ci siamo sposati perché ci volevamo bene”. Causa fondamentale del matrimonio è stato quindi l’amore. Va bene. Ma, continua l’amore ad essere il motore che vi spinge ad essere insieme sopportandovi a vicenda? Nell’intimo del nostro cuore, possiamo veramente chiamare amore ciò che è rimasto tra noi due? Forse accade con il matrimonio come con lo shuttle, che dopo una grande propulsione iniziale che lo manda in orbita, dopo avanza solo per inerzia. La stessa cosa accade a volte nel matrimonio. L’amore – o piuttosto l’innamoramento – è stata  la forza iniziale che ha tolto  ognuno dall’orbita del proprio egoismo e lo ha messo in cammino verso l’altro. E poi? Quanto è durata quella propulsione? Ben poco. Adesso  resta solo l’inerzia di una vita che segue sempre lo stesso ritmo, la stessa routine, gli stessi schemi, che non esce mai dal cerchio della mediocrità. Peggio ancora: lo shuttle non trova ostacoli né l’attrito dell’atmosfera nel muoversi per inerzia, mantiene costante la stessa velocità senza mai diminuire, di contro nel matrimonio, quanti ostacoli e quanto attrito può esserci! Tanto da diminuire progressivamente la forza dell’amore fino a fermarsi del tutto.

L’amore – o l’innamoramento – è stato, nella maggior parte dei matrimoni, il perché iniziale. Ma non basta. Ci dobbiamo domandare anche sul perché finale. In spagnolo possiamo distinguere tra un por qué e un para qué. Il por qué è la causa efficiente, il para qué è la finalità. Ci siamo sposati per (para) vivere insieme, per amarci e dare amore ai nostri bambini… In ultima analisi ci siamo sposati per essere felici insieme.

Chi si sposa

non lo fa per essere lui o lei felice

ma per far felice l’altro

 

Per essere felici insieme. Magari. Ma, lo siete veramente, pienamente? Quando mi è capitato di celebrare delle nozze dico sempre agli sposi: “Michela, se pensi di sposare Filippo per essere felice, allora ti sbagli, meglio non sposarlo!”. Normalmente, una volta fatta questa affermazione paradossale, spunta qualche sorriso di complicità tra i partecipanti al rito, soprattutto tra le donne che hanno alle spalle anni di matrimonio.

Certo! Se ti sposi soltanto per la tua felicità, hai sbagliato il bersaglio. Chi si sposa non lo fa per essere lui o lei felice ma per far felice l’altro. Un matrimonio con tutte le carte in regola per perseverare è quello in cui tutti e due s’impegnano a rinunciare alla propria felicità per consacrarsi alla felicità dell’altro. Così, io cerco solo il tuo bene e tu cerchi solo il mio bene. Io mi do totalmente a te, e tu ti doni totalmente a me. Solo così si moltiplicano le singole forze e si raggiunge una felicità qualitativamente superiore che va al di là de la somma della felicità individuale di ciascuno.

Se mi permettete ve lo spiego con una formula matematica. Se ognuno cerca la propria felicità si potrebbe dare al massimo la seguente formulazione:

1+1 = 2

            La felicità che egoisticamente cerco nell’altro è molto piccola, non va oltre la somma della felicità dei due. Perciò accade che, dopo aver spremuto, come se fosse un limone, quelle poche goccie di soddisfazione che il singolo può fornire, lo si abbandona alla ricerca di un altro da spremere, con la bocca e con il cuore, però, ogni volta più amari, più insoddisfati. Ma quando si ha la vera dinamica dell’amore – rinuncia di sé, ricerca della felicità dell’altro –, siamo davanti ad un altra formula, ad una “nuova matematica dell’amore”:

(1→ + ←1) = (11+)

            dove il “+” finale si riferisce all’arrivo di nuovi integranti della famiglia che, in tal caso, verrebbero ad aumentare esponenzialmente il risultato di felicità (111, 1111, 11111…).

Riconosco che è una formula che non tutti i matematici riusciranno ad accettare. Forse neanche sarebbero in grado di capire: non importa. Il fatto è che l’amore generoso diventa la forza che unisce i due, perché ognuno è indirizzato verso l’altro, vincendo la tendenza all’egocentrismo così fortemente radicata in noi.

Non è dunque trascinando l’altro verso il proprio egoismo, ma donando se stesso all’altro che si giunge alla pienezza matrimoniale. Il problema è che forse non ci siamo domandati molto del perché di queste realtà così evidenti, così date per scontato. E voi sapete che ciò che si da per scontato finisce per essere, di fatto, scartato: do tanto per scontato che ti amo, che finisco per dimenticare perché (para qué) ti avevo sposato.

 

“Non è trascinando l’altro

 verso il proprio egoismo,

ma donando se stesso all’altro

che si giunge alla pienezza matrimoniale”

 

Amore e felicità. L’amore mi ha spinto a sposarti. Scopo della mia vita è farti felice. Ecco la sintesi di un matrimonio riuscito. Ma il fallimento, da una parte, e l’insoddisfazione d’altra ci invitano a fermarci e a domandarci: “io, adesso, cosa ritengo che deve essere il matrimonio, il mio matrimonio”. Non in astratto, ma in concreto. Io, che già mi sono sposato, di recente o da molto tempo; io che vado in quella direzione e mi trovo “alla ricerca” del partner ideale; io che sento di aver fallito nel mio matrimonio, cosa voglio del mio matrimonio? Cosa sono disposto a fare affinché il mio matrimonio sia quello che deve essere?

Definizione di matrimonio

In ogni ricerca dobbiamo partire da una definizione, almeno generale, di ciò che si vuole studiare. Nel dizionario Garzanti, matrimonio è definito come rapporto morale e giuridico esistente tra un uomo e una donna che si impegnano, davanti a un pubblico ufficiale o a un ministro del culto, a una completa comunanza di vita.

È interessante notare che in questa definizione non compare da nessuna parte la parola amore, come se non fosse essenziale amarsi per sposarsi. Tutti siamo d’accordo però che senza l’amore non è possibile costituire un matrimonio. Nel dizionario la definizione si ferma solo all’aspetto esteriore e giuridico. In qualche modo, si fa implicitamente accenno all’amore nella “completa comunanza di vita”. Comunque, è sintomatico della complessità del rapporto tra uomo e donna. Ciò che permette che un matrimonio sia riconosciuto tale dalla società, è l’impegno assunto tra di loro, non l’amore con cui s’impegnano.

Il catechismo della Chiesa Cattolica, al numero 1601, offre questa definizione dell’unione matrimoniale in quanto sacramento: «Il patto matrimoniale con cui l’ uomo e la donna stabiliscono tra loro la comunità di tutta la vita, per sua natura ordinata al bene dei coniugi e alla procreazione e educazione della prole, tra i battezzati è stato elevato da Cristo Signore alla dignità di sacramento».

Neanche qui compare la parola amore. Ciononostante, compaiono le due finalità del matrimonio: il bene dei coniugi e la procreazione; cioè i cosidetti fini unitivo e procreativo della società matrimoniale. Dietro al fine unitivo si nasconde l’amore, dietro il fine procreativo si nasconde un’aspetto importante – anzi essenziale – della realizzazione dell’uomo e della donna, e della loro felicità, quale il fatto di diventare padre e madre.

 

“per poter capire la “spiritualità”

è importante sapere cosa è il matrimonio.

Ed esso si capisce alla luce dei fini

che gli sono propri”

 

Se ho intitolato queste riflessioni: “La spiritualità del matrimonio” è perché credo che per poter capire la “spiritualità” è importante sapere in primo luogo cosa è il matrimonio. Ed esso si capisce alla luce dei fini che gli sono propri.

Tradizionalmente ci si è limitati a parlare di questi due fini, unitivo e procreativo. Io invece vorrei completare questa descrizione. Secondo me possiamo piuttosto parlare di tre fini specifici del matrimonio: un fine naturale, un fine soggettivo e un fine soprannaturale. Sono tre para qué (i perché) dell’unione stabile tra uomo e donna: per soddisfare una tendenza naturale, per venire incontro al bisogno di comunione intersoggettiva e per portare l’uomo e la donna in Paradiso. Non è che voglio cambiare la dottrina riguardo al matrimonio, è solo un’altra prospettiva che ci permetterà di capire un po’ di più la propria situazione personale e matrimoniale.

Fine naturale del matrimonio

Il matrimonio è, tra gli individui della specie umana, il  modo proprio di vivere quella realtà che tocca a tutti gli esseri sessuati. Arriva la primavera e tutto comincia ad agitarsi attorno. Mammiferi, rettili, insetti, pesci…, il pavone si pavoneggia, il maschio “alfa” gira attorno alle leonesse del branco, gareggiano gli uccelli per corteggiare le femmine… Tutti pronti a perpetuare la specie, tutti pronti a sottomettersi alla benedizione del Creatore: “Siate fecondi, moltiplicatevi e riempite le acque dei mari; e i volatili si moltiplichino sulla terra”  (Gn. 1,22).

Dietro al matrimonio, dunque, c’è quella forza interiore, creata da Dio, che spinge l’uomo verso la donna. “Per questo l’uomo abbandona suo padre e sua madre e si attacca alla sua donna e i due diventano una sola carne” (Gn. 2,24). Questa forza propulsora, questo impulso difficile da controllare – e che alle volte ci può fare impazzire – è l’istinto sessuale.

 

“Dietro al matrimonio

 c’è quella forza interiore,

creata da Dio,

che spinge l’uomo verso la donna”

 

Questo istinto è presente in tutti gli esseri sessuati, ma si esercita in ciascuna specie in modo assai vario. Nella maggioranza dei mammiferi ci sono i periodi di estro. Questa legge di natura agisce come regolatore spontaneo dell’impulso sessuale. Si potrebbe dire che gli animali esercitano la sessualità “secondo la natura”, seguendo fedelmente i ritmi staggionali. Nel caso dell’uomo questo fine naturale, questo istinto, è vissuto, come tutte le cose umane, non secondo l’istinto naturale, ma secondo la ragione, cioè in modo spiritualizzato. Per l’uomo l’esercizio della sessualità non è solo soddisfazione di una spontaneità irrazionale, bensì entra pienamente nell’universo del senso che ne determina i modi e i momenti.

Questo è il primo grado nella scala dell’amore: l’attrazione istintuale tra uomo e donna. Normalmente questo fenomeno comincia intorno ai tredici anni, anche se varia a seconda dei sessi. Di fatto, è curioso osservare i gruppi di piccoli aspiranti ad adolescenti: le femminuccie cominciano a parlare dei loro compagni maschi. I maschietti, per contro, continuano a parlare di calcio e della playstation.

 

“Per l’uomo

l’esercizio della sessualità

entra nell’universo del senso

che ne determina i modi

e i momenti”

 

Qui si parla di attrazione sessuale in senso generale ovviamente. È la tendenza del ragazzo di guardare le ragazze e di andarle dietro e viceversa; oppure quando il bambino o la bambina lascia di essere tale e fa le prime incursioni nell’universo dell’altro sesso. Forse all’inizio neanche c’è nell’orizzonte la prospettiva di un rapporto sessuale, perché ancora non si capisce bene a che serva tutta ’sta roba.

Mi sono fermato a fare l’analisi di questo fenomeno per tre motivi:

Primo, perché bisogna capire che l’attrazione sessuale è qualcosa di naturale. Quando i genitori si accorgono che loro bambino o la loro bambina cominciano ad avere “problemi”,  bisogna aiutare ed orientare. Sarà opportuno stare più attenti e vigilare, ma non bisogna spaventarsi. Per i genitori sarà una nuova tappa nella formazione del cuore dei figli. Ne dovranno tenere conto e informarsi al riguardo per indirizzare i loro ragazzi verso la strada di una autentica maturazione emozionale e sessuale.

Secondo, per chi è già sposato, l’impegno matrimoniale non toglie le tendenze naturali verso la donna o l’uomo in genere. Quindi bisogna essere attenti. Ci sono delle reazioni che nel suo sorgere non dipendono immediatamente dalla volontà. Questo vale soprattutto per l’uomo che ha un vissuto della dimensione sessuale più immediato e primario della donna. L’amore intenso per la propria moglie, la decisione di restare fedele fino alla fine non implica necessariamente non avere dei problemi di “interferenze” non desiderate. Si dice che il cuore è come una patata: ovunque mette le radici.

Se la moglie prende questo aspetto in considerazione, sarà più attenta a servirsi di questa dimensione per mantenere “felice” il proprio marito. Alle volte sembrerebbe che l’ultimo atto di seduzione della moglie è stato quando si è truccata per andare a sposarsi; dopo di ché non le importa più presentarsi trascurata e “brutta” davanti al marito.

Terzo, nel matrimonio questa dimensione basica continua. Non vale solo per “pijare” il pesce. È un’aspetto fin troppo trascurata dopo i primi anni di matrimonio. Non è bene “condannare” lei o lui ad una continenza temporale o prolungata per ragioni che non lo meritano. Solo per veri motivi di salute si potrebbe negare “il debito” al proprio coniuge. Talvolta la stanchezza o situazioni di tristezza potrebbe esigere o raccomandare l’astinenza, ma non dovrebbe essere la situazione “normale” di una coppia sposata. Già lo diceva san Paolo: “Non astenetevi tra voi se non di comune accordo e temporaneamente, per dedicarvi alla preghiera, e poi ritornate a stare insieme, perché satana non vi tenti nei momenti di passione” (1Co, 7,5).

Anche nell’età matura occorre, in modo diverso, comportarsi avendo in considerazione questa realtà. Vi offro una regola generale: se san Paolo ci ha insegnato che la moglie non è arbitra del proprio corpo, ma il marito, e viceversa (cf. 1Co, 7,4), allora i coniugi possono considerare chiuso il capitolo dei rapporti intimi solo quando sia chiuso a tutti e due. Se per lui (o lei) è ancora importante questa dimensione, nonostante l’età, l’altra parte si presterà volentieri, non rassegnatamente o in modo passivo, ma attivamente. Il movente di questa azione generosa, e talvolta sacrificata, sarà uno solo: l’amore per il marito o per la moglie, e non il piacere intrinseco che si potrà provare. “Mi presto volentieri, non perché ami il prestarmi, ma perché amo te”.

Fine soggettivo del matrimonio

Il matrimonio è l’habitat naturale dell’uomo e della donna. “Non è bene che l’uomo sia solo” (Gn. 2,18). È interessante come viene rappresentata la complementarietà uomo-donna nella Genesi. Tra di essi intercorre un rapporto di uguaglianza, di aiuto simile a sé. Solo la donna può aiutare veramente l’uomo: solo lei può farlo veramente felice. Anzi, Dio fece dormire Adamo prima di creare Eva. Così ci ha voluto far capire che la donna è ciò che corrisponde al sogno più profondo dell’uomo, al suo desiderio più ambito. L’apparire della donna cancella ogni solitudine ed è motivo, al meno originariamente, della più grande felicità.

 

Il matrimonio

è l’habitat naturale

dell’uomo e della donna

 

Ciò che la Genesi esprime in modo poetico e figurativo corrisponde al fine soggettivo del matrimonio; cioè alla dimensione unitiva dell’amore tra uomo e donna.

Il matrimonio è l’ambiente proprio dove l’amore umano arriva alla sua pienezza. Chi rinuncia al matrimonio (sacerdote, suora, laici consacrati), lo fa solo per aspirare ad un fine soprannaturale, solo come risposta ad un amore esclusivo e totale verso Dio. Anzi, la castità consacrata è possibile solo in quanto sostenuta dalla grazia che viene dall’alto. Non si rinuncia al matrimonio per disprezzo o per paura. Non è l’incapacità a portare avanti un matrimonio (sia fisica o psicologica) a spingere verso la castità consacrata. Anzi, tale incapacità sarebbe segno chiaro di assenza di vocazione al sacerdozio.

Quindi, per chi non segue la via della consacrazione, la sua strada normale è quella del matrimonio. Chi resta da solo, senza averlo scelto, sa che gli manca qualcosa di essenziale. La solitudine può essere sublimata, può essere colmata con grandi progetti, anche umanitari e di volontariato, può essere “redenta”; ma sarà sempre vera la sentenza del Creatore: “non è bene che l’uomo sia solo”.

L’esistenza di questo fine soggettivo del matrimonio si capisce tentando di delucidare la dinamica intrinseca dell’amore umano matrimoniale. Lo si potrebbe sintetizzare così: nel matrimonio donando si riceve. L’uomo è un essere strano: ha il proprio centro fuori di sé. È appunto eccentrico. Quando cerca sé si perde. Quando cerca l’altro, ritrova se stesso. Tante volte Giovanni Paolo II ci insegnò che l’uomo si realizza soltanto nella donazione sincera di sé. È appunto ciò che accade nel matrimonio: tutti e due i coniugi cercano non il proprio bene ma il bene dell’altro. Mi perdo, dimentico me stesso; ma questo non diventa alienazione né strumentalizzazione perché sempre e solo all’interno della dinamica dell’amore. Amando intensamente l’altro, scopro chi sono io veramente.

“l’uomo si realizza soltanto

nella donazione sincera di sé”

 

A questo livello l’amore che si esperisce non è più solo l’attrazione sessuale, non è neanche l’innamoramento iniziale. Senza annullarli, anzi, potenziandoli e portandoli ad una nuova espressione, il rapporto tra marito e moglie si basa in un’amore che possiamo ben definire “amicizia sponsale”. Infatti amicizia è il legame tra persone basato su affinità di sentimenti, schiettezza, disinteresse e reciproca stima (Dizionario Garzanti). Nel matrimonio il punto di partenza è l’eros, l’attrazione naturale. Il punto di arrivo è l’amore che i greci chiamavano philia: l’amore disinteressato.

Si capisce da questa prospettiva quanto sia insolito un vero rapporto d’amicizia intima tra un uomo e una donna. Se non sono sposati, difficilmente si può mantenere la dimensione puramente intersoggettiva senza slittare verso l’attrazione di tipo sessuale, verso l’eros. Poi, se quest’amicizia si da tra sposati, non sarà facile contenere le gelosie che potrebbero comprensibilmente sorgere nei rispettivi coniugi. L’amico è confidente, consiliere e consolatore. Giunge ad un’intimità alla quale è permesso solo al marito e moglie. In fin dei conti, a mio avviso, solo l’amicizia sponsale porta l’amicizia alle sue ultime e più profonde conseguenze.

Chi trova un amico, trova un tesoro. Se questo amico è il marito o la moglie, che altro si può aspettare? Ma, chi sarebbe in grado dire che il suo più grande amico è il suo consorte? Ma è proprio così. “Quando tutte le amicizie vengono meno, nel momento del fallimento, vorrei avere te, per accompagnarmi nella mia solitudine e nel mio sgomento”. L’amico è colui che si fa presente nei momenti di difficoltà ed è disposto a tutto. Conosco la storia di una coppia, che potrebbe essere qualsiasi coppia: quando lui era all’ospedale, convalescente dopo l’intervento chirurgico, senza forze e senza poter soddisfare i bisogni più elementari, chi voleva accanto a sé? La moglie. Solo lei lo faceva stare tranquillo, solo lei li dava la serenità in mezzo alla prova, solo lei poteva toccarlo senza offenderlo, solo lei poteva provvedere ai suoi bisogni elementari senza umiliarlo, solo lei… Non il compagno di lavoro, non la figlia, non l’infermiera… La moglie.

Marito e moglie sono coniugi (cum-iugum), portano insieme lo stesso giogo. Sono consorti (cum-sors) compartono la stessa sorte. Sono, dunque, amici nel senso più stretto del termine. Amici indissolubili: se uno viene meno, anche l’altro viene meno. L’alleanza matrimoniale non è puramente giuridica, è l’alleanza di due amici intimi disposti a dare la vita uno per l’altra. È comunione di vita e di amore tra due persone che saranno felici solo dando e ricevendo amore.

L’attrazione è stato il primo movente. “Quella ragazza biondina, magrina non me la posso togliere dal pensiero; mi fa impazzire. Farei tutto per averla tra le mie braccia”. Oppure, “quel ragazzo simpatico ed educato, sportivo e intelligente, con quel ciuffo che gli copriva un occhio…” Ebbene, quell’attrazione può venir meno. Il ciuffo scompare e resta solo una mente brillante; la ragazza magrina ha preso qualche chilo in più… Gli elementi esteriori cambiano o scompaiono. Si dice che il tempo, di per sé, non migliora l’uomo, anzi, lo guasta. L’amore di amicizia matrimoniale non dipende dai cambiamenti esterni dovuti al tempo. È un amore da coltivare. Un amore che è un atto di volontà. Non è un sentire, è un volere, un essere disposto a tutto. Tutto qui significa Bene.

L’amore di amicizia matrimoniale è una virtù. In morale ci hanno insegnato che le virtù sono delle disposizioni stabili che ci spingono ad agire in modo conveniente al nostro ideale di vita. Se, per esempio, voglio essere onesto, non basta sentirlo, occorre volerlo, occorre determinarsi a fare ogni giorno scelte nella direzione dell’onestà. Ci sono due tipi di azioni, secondo i moralisti: actus elicitus e actus imperatus; l’atto elicito è la determinazione della volontà, l’atto imperato è il mettere in atto, il “da fare”, rimboccarsi le maniche per diventare ciò che voglio essere.

Lo stesso accade con l’amore di amicizia matrimoniale: deve essere voluto ogni giorno. Anzi, deve essere voluto intensamente. Devo “obbligare” il mio cuore ad innamorarmi ogni giorno della stessa persona e a fare atti concreti d’amore. Devo costringermi a coltivare il fiore dell’amore, non solo perché non appasisca, ma perché ogni giorno sia più bello, più forte, più sano.

“Devo ‘obbligare’ il mio cuore

ad innamorarmi ogni giorno

della stessa persona”

 

Ecco qua il segreto: “amare davvero, amare per sempre”. In questo contesto ideale, purtroppo per molti matrimoni la concezione dell’amore, di amicizia matrimoniale, non la si pensa neanche per sbaglio – L’atto coniugale non è più solo finalizzato alla procreazione o alla soddisfazione di un bisogno istintuale, ma diventa l’espressione propria dell’amore, appunto, coniugale. È espressione d’amore, non di possesso o pura passione.

Nelle catechesi sull’amore umano Giovanni Paolo II parla dell’amore matrimoniale secondo il disegno originario di Dio. Secondo lui, all’origine uomo e donna erano assolutamente trasparenti nei loro rapporti. Il corpo dell’altro in quanto uomo o donna era manifestazione luminosa della sua soggettività. Col peccato però tutto si guasta: il corpo diviene oggetto di piacere egoista, di soggezione, di sottomissione.

Per contro nell’atto matrimoniale si deve cercare in primo luogo il bene dell’altro. È la situazione soggettiva del consorte a dettare il da fare. Lei è stanca o triste? Astensione dei rapporti intimi e manifestazione di vicinanza e solidarietà con la sua situazione esistenziale. Lui ne sente il bisogno? Allora lei si farà forte per mortificare la stanchezza e si presterà attivamente donandosi completamente…

Il fine soggettivo fa vivere  ai coniugi la virtù della castità matrimoniale. Sembra un controsenso parlare di castità matrimoniale. Il problema è che si confonde castità con celibato. Il secondo ha a che vedere con l’astensione totale dei rapporti sessuali e la rinuncia al piacere intimo. La castità per contro è una virtù che regola – modera o spinge – appunto la dimensione sessuale, secondo il dettame della retta ragione.

La castità è una virtù: quindi forza… per agire o per astenersi d’agire secondo le circostanze.

Perché voglio bene all’altro, lo rispetto nella sua intimità. Quando trovo dei fidanzatini il consiglio che do loro è: se vi amate veramente rispettatevi, cioè cercate il vostro vero bene  non il profitto personale-passionale.

Come dicevo, questo amore coniugale va oltre la dimensione dell’attrazione. Perciò trovate coppie anziane che si cercano come ragazzini, così come incontrate mariti e mogli accanto al letto del marito o moglie malato. Qui l’amore diviene fedeltà.

Fine soprannaturale

Tra i cristiani, il matrimonio è un sacramento, cioè introduce chi lo riceve nel mistero redentore di Cristo. Per questo motivo il matrimonio cristiano non è un’istituzione puramente umana (cf. Catechismo n. 1603). Quindi non si capisce se non alla luce di Cristo, che si presenta, appunto, come lo Sposo.

Il matrimonio è un’istituzione naturale. Ma con il sacramento, il vincolo non si assicura soltanto grazie alla forza dell’amore dei due, ma alla presenza dello Spirito Santo. È una grazia che Dio da agli sposi. Il giorno che tu hai preso la mano della tua sposa c’è stata un’altra mano che ha preso tutte e due le mani e le ha sigilate per sempre.